La formula dell’ovvio

Racconto breve edito da Giulio Bruno nel 2017

 

Erano trascorsi quattro mesi e ancora il dilemma non era stato sciolto. La Polizia non era venuta a capo di nulla, nonostante le centinaia di pagine
di verbali, interrogatori, analisi della scientifica, rilevazioni. Tutto inutile. La dinamica dell’omicidio-suicidio, avvenuto quella notte di fine febbraio in un noto hotel di Cosenza, rimaneva ancora piena di incognite, avvolta in una densa coltre di nebbia.

Federico Marcillei ricordava bene i fatti: un convegno sugli studi telesiani organizzato dalla locale sezione del Rotary, partecipanti intervenuti da mezza Italia, una coppia di amanti clandestini trovata senza vita in situazioni evidenti per quanto atteneva al tragico epilogo, ma assai meno chiare nelle dinamiche. L’uomo e la donna erano docenti universitari di Napoli, entrambi coniugati. Partecipavano alla conferenza in qualità di relatori: lui Amedeo De Stefanis, 55 anni, professore ordinario di filosofia all’Università Federico II, lei Veronica Castillo, 42 anni, titolare della cattedra di storia e grande studiosa di Bernardino Telesio. Dalle indagini condotte dopo la tragedia, era emerso che la loro relazione segreta andava avanti da quasi 5 anni tanto che, nell’ambiente universitario, era ormai diventata di dominio pubblico. La notte di quel 20 febbraio, al termine della cena che aveva degnamente concluso la prima delle tre giornate di dibattiti previste, lei aveva raggiunto l’amante nella sua stanza. Poi, al mattino successivo, quando il sole era sorto da poco, una delle cameriere dell’hotel aveva trovato il corpo della donna in un lago di sangue, spiaccicato sull’asfalto di un cortiletto interno adibito al carico e allo scarico della biancheria dell’albergo. In preda allo choc aveva dato l’allarme, e dopo pochi minuti erano sopraggiunti il commissario Giannitteri e tutta la squadra al gran completo, compresi il medico legale dottor Soleri e il responsabile della scientifica Giorgio Zattoli. Nel frattempo che Soleri, indossati i guanti in lattice, aveva iniziato ad armeggiare sul corpo privo di vita della povera disgraziata, Giannitteri e un paio di agenti erano saliti nella camera della donna alla ricerca di un biglietto d’addio che giustificasse quello che, a tutti gli effetti, sembrava un suicidio. Loro malgrado non era stata rinvenuta alcuna lettera di commiato, e per giunta il letto nella stanza risultava intatto, segno che la donna non aveva dormito lì. Del resto, quella camera affacciava sulla strada principale, quindi dal lato opposto a quello in cui era stato trovato il cadavere. A quel punto, vista la piega che la situazione stava assumendo, il commissario decise di radunare i partecipanti al convegno, una cinquantina in tutto, oltre al personale dell’hotel composto da un’altra decina di persone, nell’ampia sala conferenze al pian terreno. E siccome all’appello mancava soltanto il professor Amedeo De Stefanis, dopo aver appreso della liaison esistente tra i due, Giannitteri e il suo vice Bernacci, accompagnati da tre agenti, si precipitarono di corsa nella stanza occupata dal docente di filosofia. Bussarono un paio di volte alla porta, ma il silenzio che proveniva dall’interno non fu, nemmeno per un istante, attribuito al sonno pesante dell’occupante della camera. Delle due l’una: o era scappato, o…

Con il passepartout del direttore dell’hotel, aprirono la porta e si fiondarono dentro. Sul letto disfatto, l’uomo con indosso solo gli slip guardava il soffitto con gli occhi sbarrati, senza vita. Non c’era sangue, evidentemente la morte doveva essere stata causata da asfissia o avvelenamento. Giannitteri si avviò con passo deciso verso il balcone, si affacciò, e scorse diversi metri più in basso la sagoma del medico legale intento a lavorare sul cadavere della docente di storia. La donna si era buttata, o era stata buttata, da quel balcone, questo appariva certo. Dalle perquisizioni nelle rispettive camere non emerse granché, nessun biglietto che spiegasse il gesto e attribuisse con precisione la colpevolezza a uno dei due: si trattava, con ogni evidenza, di un caso di omicidio-suicidio non premeditato, forse generato da un improvviso raptus di violenza. L’esito delle autopsie, eseguite nei giorni successivi, avevano chiarito che i due, prima di morire, avevano fatto sesso, che nel sangue di entrambi erano state rinvenute dosi eccessive di antibiotico, che l’ora dei decessi poteva essere collocata intorno alla mezzanotte, che la donna era morta sul colpo in seguito alla caduta dal terzo piano e che l’uomo era deceduto in pochi minuti a causa di uno shock anafilattico provocato dall’aver ingerito, disciolto nello spumante, una dose massiccia di un antibiotico al quale era fortemente allergico. Per la Polizia il caso era chiuso, la formula dell’omicidio-suicidio calzava alla perfezione e, del resto, nella stanza e sul corpo delle vittime non erano state rinvenute impronte o particolari segni di violenza.

Quindi, caso risolto…ma non per tutti. Perché, nei giorni successivi, sui mass media era stato montato l’ennesimo episodio di femminicidio, attraverso una ricostruzione dei fatti che addossava al professor De Stefanis la responsabilità dell’omicidio in seguito al quale aveva egli stesso deciso di togliersi la vita. E forse, se non ci fossero state di mezzo le compagnie assicurative, quella sarebbe stata, per comodità e ritualità, la versione socialmente più accettabile. Tuttavia, entrambi gli amanti avevano sottoscritto, con compagnie assicurative diverse, una propria polizza sulla vita che escludeva, come causa di morte risarcibile, il suicidio. Per cui, l’assicurazione dell’uomo, forte anche del sostegno dell’opinione pubblica sensibile al fenomeno crescente dei femminicidi, insisteva nell’attribuire il ruolo di omicida al proprio assicurato che, in quanto anche suicida, non aveva diritto ad alcuna liquidazione, facendo conseguentemente ricadere l’obbligo risarcitorio sulla compagnia concorrente la quale, dal suo canto, sosteneva che ad uccidere fosse stata la donna loro cliente che poi, sconvolta, avrebbe compiuto l’estremo gesto di lanciarsi nel vuoto. Insomma, tra tutti i paradossi possibili, le due compagnie assicurative facevano a gara nell’attribuirsi l’assicurato-omicida, avocando a sé la figura tutt’altro che esecrabile, nella circostanza, dell’autore del delitto.

“Pecunia non olet”, dicevano i latini.

Tale cinico rimpallo di responsabilità continuava ininterrottamente ad andare avanti senza apparente soluzione, perché la scientifica non era riuscita a stabilire la cronologia dei decessi, avvenuti in rapida successione, e in più l’assenza di indizi non aveva permesso alle forze dell’ordine di fare pienamente luce sulla dinamica dei fatti. Nello scontro legale per l’ottenimento del risarcimento assicurativo, erano stati ovviamente coinvolti anche i rispettivi coniugi delle vittime, tra accuse reciproche senza esclusione di colpi: la moglie del De Stefanis accusava l’amante del marito, sottolineando che “quella puttana sapeva dell’allergia di Amedeo a quegli antibiotici, e siccome mio marito aveva deciso di porre fine a quella relazione, dal momento che aveva capito che amava solo me, prima l’ha ammazzato e poi si è suicidata”. Il marito della vittima precipitata nel vuoto, ribatteva che “non c’erano dubbi che si era trattato dell’ennesimo caso di femminicidio, visto che Veronica aveva deciso di troncare con quella storia, e lui, il porco, prima l’ha buttata giù dal balcone e poi, non avendo il coraggio di fare la stessa cosa, si è provocato la morte utilizzando i farmaci di cui sapeva essere allergico”. In pratica, un ping pong infinito, accuse incrociate e alleanze variabili tra vedovi, vedove e assicurazioni, che non lasciava spazio a nessuna soluzione né mediazione.

In occasione delle perquisizioni, la Polizia non aveva rinvenuto scatole dell’antibiotico incriminato, né nella camera dove si erano consumati i fatti, né nella stanza della professoressa di storia. Dunque, per mancanza di ulteriori indizi, la vicenda era stata archiviata con la formula dell’omicidio-suicidio, senza tuttavia individuare né la vittima e né il carnefice. Entrambi colpevoli ed entrambi vittime, con la stampa che aveva aggiornato la contabilità sui femminicidi, schierandosi per la colpevolezza del professor De Stefanis, e le compagnie assicuratrici che, in assenza di riscontri oggettivi, non liquidavano il risarcimento.

Nella situazione “kafkiana” che si era venuta a creare, Marcillei, tra una pratica di fido e i suoi tormenti personali per la situazione difficile che viveva con sua moglie Tania, seguiva una pista diversa. Solo una suggestione, per carità, ma le sue letture noir lo avevano condizionato a tal punto che vedeva intrighi e misteri anche in situazioni apparentemente scontate come questa.

Appunto “apparentemente”.

Perché, nonostante il solito scetticismo del commissario Giannitteri, lui aveva voluto andare a fondo sulla questione, e aveva scoperto che i bicchieri di spumante “corretti” con l’antibiotico fatale, non erano stati un’iniziativa dell’hotel nei confronti degli ospiti del convegno; ossia nelle altre camere non era stato servito alcun liquore, e peraltro quello spumante non era neppure in dotazione nel frigorifero delle camere della struttura alberghiera. Inoltre, il barman dell’albergo gli aveva assicurato che né il professor De Stefanis né la professoressa Castillo, quella notte, avevano ordinato alcuna consumazione in camera. Certo, lo spumante potevano esserselo portato da casa, ma nelle rispettive stanze non era stata trovata nessuna bottiglia. Solo quei due bicchieri, entrambi vuoti, sull’etagér della camera dove si era consumata la tragedia, segno che anche la donna aveva ingerito i medicinali incriminati con la differenza che, non essendo allergica, su di lei non avevano prodotto alcun effetto. Il dato circa la presenza di antibiotico in entrambi i corpi era stato peraltro confermato dal dottor Soleri nell’autopsia, e questo, secondo Marcillei, rappresentava l’elemento discordante della vicenda: se ci fosse stata una bottiglia, allora era giustificato versare in essa l’antibiotico, e poi servire lo spumante nei bicchieri. Quindi, sarebbe stata normale la presenza dell’antibiotico nei due cadaveri. Ma, in assenza della bottiglia, se fosse stata la donna a ordire il piano omicida, perché mai avrebbe dovuto versare il medicinale anche nel suo di bicchiere?

C’era di mezzo una terza persona, questo era il suo pensiero ricorrente.

Esposte le sue perplessità a Giannitteri, Marcillei si sentì rispondere che tali teorie confermavano l’ipotesi che fosse stato l’uomo a uccidere la sua amante per poi provocarsi lo shock anafilattico. Ma che, trattandosi di semplici supposizioni, non era il caso di renderle pubbliche con il risultato di rinfocolare la questione e alimentare uno scontro legale-assicurativo dal quale non avevano nulla da guadagnare. “Si, d’accordo, ma i bicchieri di spumante chi li ha portati in quella camera d’hotel? E per quale motivo, se le cose fossero andate così, il De Stefanis avrebbe versato l’antibiotico fatale anche nel bicchiere dell’amante, per poi togliersi la vita subito dopo aver compiuto il delitto?” era la domanda che assillava Marcillei.

C’era una terza persona, continuava a ripetersi dentro di sé.

Come se non bastasse, anche un altro dubbio lo tormentava: se l’assenza di biglietti d’addio lasciava supporre che si fosse trattato di un raptus di violenza, quindi senza alcuna premeditazione, chi e per quale ragione aveva portato con sé gli antibiotici letali? Troppe incongruenze, le cose dovevano essere andate diversamente.

Per forza, doveva esserci una terza persona…

Fu grazie alla sua perseveranza che scoprì com’erano andate realmente le cose. Gli era bastato, infatti, fare una ricerca approfondita sul personale in servizio quella notte all’hotel. La moglie del docente universitario, stanca della relazione clandestina del marito, aveva pagato trentamila euro a un cameriere dell’albergo, un ex pregiudicato, conosciuto in occasione della vacanza estiva in compagnia del consorte l’anno precedente, in un villaggio turistico dell’alto Tirreno cosentino; villaggio di proprietà dello stesso management che gestiva l’hotel di Cosenza. Infatti, gran parte del personale di servizio, in occasione dei mesi estivi, traslocava sulla costa e prestava la propria opera nella struttura vacanziera. Il tizio, Marco Regasto così si chiamava, aveva avuto dalla donna istruzioni precise: avrebbe dovuto versare l’antibiotico a cui era allergico il docente di filosofia in due bicchieri contenenti spumante e servirli in camera alla coppia clandestina, motivando il gesto come un omaggio dell’hotel agli ospiti. La moglie era infatti certa che avrebbero passato la notte insieme. Poi, avrebbe dovuto attendere nei pressi della camera fino a quando non sentiva del trambusto. A quel punto, avrebbe dovuto bussare per offrire aiuto e, con la scusa di aprire il balcone per far circolare aria allo scopo di rianimare il De Stefanis, avrebbe dovuto scaraventare dabbasso la donna. E così erano andati i fatti. Lui, il Regasto, poteva stare tranquillo, i guanti d’ordinanza da cameriere lo avrebbero preservato dal rischio delle impronte digitali sui bicchieri e sul corpo della fedifraga.

Messo di fronte alle sue responsabilità, Regasto aveva confessato. Ma come erano riusciti ad incastrarlo? Marcillei, convinto che l’omicidio-suicidio fosse in realtà un doppio omicidio per via di quelle incongruenze che gli frullavano in testa, aveva individuato tre profili possibili tra il personale di servizio presente quella notte in hotel. Poi, aveva convinto Giannitteri ad approfondire le ricerche su eventuali precedenti penali a carico dei sospettati, ed erano emersi quelli di Regasto: associazione a delinquere, legami di parentela con una tra le più potenti cosche mafiose locali, reati contro il patrimonio. Le indagini, dunque, erano state concentrate sulla sua persona. Con la scusa di un controllo, la Polizia aveva fatto irruzione a casa sua, e aveva trovato nel comò della camera da letto, sotto la biancheria, tre mazzette di banconote da 10.000 euro l’una: la giustificazione, addotta dallo stesso Regasto, fu la vendita di un garage avvenuta qualche giorno prima. Poteva starci, ma a quel punto, per Marcillei fu un gioco da ragazzi verificare grazie ai suoi colleghi campani i movimenti del conto corrente della signora De Stefanis. Messo alle strette, il pregiudicato era crollato.

Dunque, nessun femminicidio, nessun omicidio-suicidio, nessuna lite tra amanti scaturita in tragedia: si era trattato di un cruento doppio omicidio che aveva avuto come movente l’infedeltà e la gelosia di una moglie tradita, con grande dispiacere delle due compagnie assicurative, costrette entrambe a liquidare il risarcimento fissato nelle polizze a suo tempo sottoscritte dai rispettivi clienti, deceduti non per suicidio ma per omicidio. Un piano tutto sommato ben congeniato, al punto che era stato archiviato seguendo l’ovvietà di quanto appariva in superficie.

Secondo la formula dell’ovvio.